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31 gennaio 2022

"Da dove sono venuto?" di Rabindranath Tagore


Da dove sono venuto?
Dove mi hai trovato?
Domandò il bambino a sua madre.
Ed ella pianse e rise allo stesso tempo e stringendolo al petto gli rispose:
tu eri nascosto nel mio cuore bambino mio,
tu eri il Suo desiderio.
Tu eri nelle bambole della mia infanzia, 
in tutte le mie speranze, 
in tutti i miei amori, nella mia vita, 
nella vita di mia madre, 
tu hai vissuto.
Lo Spirito immortale
che presiede nella nostra casa
ti ha cullato nel Suo seno in ogni tempo,
e mentre contemplo il tuo viso,
l'onda del mistero mi sommerge
perché tu che appartieni a tutti,
tu mi sei stato donato.
E per paura che tu fugga via
ti tengo stretto nel mio cuore. 
Quale magia ha dunque affidato il tesoro 
del mondo nelle mie esili braccia.


30 gennaio 2022

Il cuore

 

E il cuore
sembra restare lì
a subire
la tristezza dell'animo
quando ogni bruttura
del mondo
ne scalfisce il profondo.
È il dominio
dei prepotenti
il mondo ostile
la mancanza di affetti
e la solitudine
che portano sconforto
e malinconia
che fanno piangere
il cuore.
Ma il cuore si ribella
e instancabile 
va a trovare
l'amore in ogni dove.
Si fa forte
se lo va a cercare
l'amore
ad ogni costo.
In un abbraccio
un bacio
un sorriso
una preghiera.
Nello scodinzolio
di un cane
nell'alba 
di un nuovo giorno
nel profumo
di un fiore
nella melodia
di una canzone
nel donare
la vita stessa.
E anche
nel perdonare
si fa forte il cuore
per cogliere
anche lì
l'amore.

🤎


29 gennaio 2022

I tempi...


"Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro.
Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro.
Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa."

Sant’Agostino


27 gennaio 2022

Kafka e la bambola viaggiatrice


"Kafka e la bambola viaggiatrice" è il libro di Jordi Sierra i Fabra dove racconta di una bambina che aveva perso la sua bambola, 
prendendo spunto da un episodio realmente accaduto a Franz Kafka, nel 1924, un anno prima della sua morte.
Fu la stessa Dora Diamant, moglie di Franz Kafka, a raccontarlo.


Quando eravamo a Berlino, Kafka andava spesso allo Steglitzer Park.
Talvolta lo accompagnavo.
Un giorno incontrammo una bambina, di nome Elsi che piangeva e sembrava disperata. Le parlammo.
Franz le chiese che cosa le fosse successo e venimmo a sapere che aveva perso Brigida, la sua bambola. Subito lui si inventò una storia plausibile per spiegare la sparizione.
"La tua bambola sta solo facendo un viaggio, io lo so, mi ha scritto una lettera".
La bambina era un po’ diffidente: 
"Ce l’hai con te?". "No, l’ho lasciata a casa, ma domani te la porto".

La bambina, incuriosita, aveva già quasi scordato le sue preoccupazioni, e Franz se ne tornò subito a casa, per scrivere la lettera.
Si mise al lavoro in tutta serietà, come si trattasse della creazione di un’opera.
Era nella stessa condizione di tensione in cui si trovava non appena si sedeva alla scrivania o stava anche solo scrivendo a qualcuno.
Tra l’altro, si trattava effettivamente di un vero lavoro, essenziale al pari degli altri, perché la bambina doveva assolutamente essere resa felice e preservata dalla delusione.
La menzogna doveva dunque essere trasformata in verità attraverso la verità della finzione.

Il giorno successivo portò la lettera alla bambina, che l’attendeva al parco.
La bambola spiegava che ne aveva abbastanza di vivere sempre nella stessa famiglia ed esprimeva il desiderio di cambiare un po’ aria, in una parola, voleva separarsi per qualche tempo dalla bambina, cui per altro voleva molto bene.
Prometteva tuttavia di scrivere ogni giorno, e Kafka scrisse effettivamente una lettera ogni giorno, raccontando di sempre nuove avventure, le quali, seguendo il particolare ritmo vitale delle bambole, si snodavano in modo rapidissimo.

Dopo alcuni giorni la bimba aveva scordato la perdita reale del suo giocattolo e pensava solo e semplicemente alla finzione che le era stata offerta come sostituto.
Franz scrisse ogni frase di quella sorta di romanzo in modo così accurato e pieno d’umorismo che la situazione della bambola risultava perfettamente comprensibile: era cresciuta, era andata a scuola, aveva conosciuto altre persone.
Rassicurava sempre la bimba del suo amore, ma alludeva anche a complicazioni della sua vita, ad altri doveri e altri interessi che, al momento, non le permettevano di riprendere la vita in comune.
La piccola veniva pregata di riflettere sulla cosa e veniva così preparata all’inevitabile rinuncia.
Il gioco durò come minimo tre settimane.
Franz aveva una paura terribile al pensiero di come avrebbe potuto finire il tutto.
Perché la fine doveva essere una vera fine, vale a dire che doveva consentire all’ordine di sostituire il disordine causato dalla perdita del giocattolo.
Cercò a lungo e decise alla fine di far sposare la bambola.
Descrisse dapprima il futuro marito, la festa di fidanzamento, i preparativi del matrimonio, poi in ogni dettaglio la casa dei giovani sposi: 
"Vedi tu stessa che dovremo rinunciare a rivederci in futuro".
Franz aveva risolto il piccolo conflitto di un bambino attraverso l’arte, attraverso il mezzo più efficace di cui disponeva personalmente per riportare ordine nel mondo.

Molti anni più avanti la ragazza cresciuta trovò un biglietto nascosto dentro la bambola ricevuta in dono.
Diceva: 
"Ogni cosa che ami è molto probabile che la perderai, però alla fine l’amore si muterà in una forma diversa".




25 gennaio 2022

Bambola di pezza


Quella bambola di pezza
morbida e inerme 
tra le mani
di una bimba.
Gli occhi grandi verdi 
e le ciglia dipinte.
Rosea la bocca a cuore 
e le gote appena segnate.
Sono lunghi i capelli dorati
sotto il cappellino di pizzo.
L'abito romantico
rosa pallido
a fiorellini
e verde le scarpine di tela.
È compagna di giochi
la bambola di pezza.
Compagna di sogni
e paure consolate.
Compagna di abbracci
e di storie raccontate.

🥿


22 gennaio 2022

Se metti Dio al primo posto

Pittura di Greg Olsen 

💛

♡ Se metti Dio al primo posto 
tutti gli altri saranno al posto giusto.


♡ Più il Signore è grande dentro di te 
più i problemi sono piccoli.


💛



21 gennaio 2022

"La magia di un abbraccio" di Pablo Neruda


Quanti significati sono celati
 dietro un abbraccio?
Che cos’è un abbraccio 
se non comunicare, condividere
e infondere qualcosa di sé 
ad un’altra persona?
Un abbraccio è esprimere
 la propria esistenza
a chi ci sta accanto, 
qualsiasi cosa accada,
nella gioia e nel dolore.
Esistono molti tipi di abbracci,
ma i più veri ed i più profondi
sono quelli che trasmettono 
i nostri sentimenti.
A volte un abbraccio,
quando il respiro e il battito del cuore 
diventano tutt’uno,
fissa quell’istante magico nell’eterno.
Altre volte ancora un abbraccio,
 se silenzioso,
fa vibrare l’anima e rivela 
ciò che ancora non si sa
o si ha paura di sapere.
Ma il più delle volte un abbraccio
è staccare un pezzettino di sé
per donarlo all’altro
affinché possa continuare 
il proprio cammino meno solo.



18 gennaio 2022

Il mondo di Lucy Campbell

Lucy Campbell, pittrice scozzese contemporanea, con i suoi dipinti ha il potere di prenderti per mano e trasportarti nel suo mondo.
Un mondo carico di simbolismo ed emozioni.
Tratti essenziali, in una natura selvaggia, tra alberi, boschi, cielo e mare... dove per un attimo si torna bambini e si entra lì, come nelle fiabe tra il surreale e il magico tra voli, orsi, lupi, uccelli, civette, pesci... e abbracci, tanti abbracci, sotto cieli stellati e la luna, dove anche il buio della notte riesce a trasmettere profondità e luce.

Alcuni dei suoi dipinti...



15 gennaio 2022

"Parlare tacere" di Paul Éluard


Parlare
senza avere niente da dire
comunicare
in silenzio
i bisogni dell’anima
dar voce
alle rughe del volto
alle ciglia degli occhi
agli angoli della bocca
parlare
tenendosi per mano
tacere
tenendosi per mano.


13 gennaio 2022

Amate gli animali


Amate gli animali: Dio ha donato loro i rudimenti del pensiero e una gioia imperturbata. 
Non siate voi a turbarla, non li maltrattate, non privateli della loro gioia, non contrastate il pensiero divino. 
Uomo, non ti vantare di superiorità nei confronti degli animali: essi sono senza peccato, mentre tu, con tutta la tua grandezza, insozzi la terra con la tua comparsa su di essa e lasci la tua orma putrida dietro di te; purtroppo questo è vero per quasi tutti noi.

Fëdor Dostoevskij


11 gennaio 2022

"La rana bollita" di Noam Chomsky


Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda, nel quale nuota tranquillamente una rana.
Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare.
La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa.
L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla.
Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce, semplicemente, morta bollita.
Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50°, avrebbe dato un forte colpo di zampa e sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.

🐸🐸🐸

Noam Chomsky con la metafora della "rana bollita" ci dà un’immagine, brutale ma chiara, per illustrare una condizione naturale dove la stessa psicologia attinge per spiegare i processi che guidano la mente umana.
Una metafora della vita, quando l’adattarsi può essere spesso la scelta peggiore.

Quante volte nella vita ci si trova di fronte a situazioni dolorose, che ci spingono ad andare avanti, a farci carico di quel peso e continuare a vivere? 
Problemi e difficoltà più o meno piccoli che tendiamo ad ignorare, o meglio, ad accettare, sopportare e ci si adatta all’insoddisfazione e al dolore. 
La pochezza resta "lo stato di cose" da mantenere, resistendo a quel cambiamento che sarebbe necessario per conquistare quel meglio che manca.

Questa assuefazione, più o meno consapevole al non agire, al non voler cambiare, nasce dal timore di non essere in grado di gestire il dopo, che appare peggiore dello status quo
Magari non è la paura del futuro... forse potrebbe essere la non consapevolezza della situazione che si vive.

In ogni caso, affrontare e superare in maniera costruttiva le difficoltà, la capacità di adattarsi ai cambiamenti è quello che viene chiamato resilienza ma vi è una differenza sostanziale nel subire senza reagire ad ogni evento, e accettare, in maniera passiva, oppressioni, prepotenze, situazioni difficili palesemente distruttive.

Crediamo di essere forti e le prime avvisaglie vengono ignorate o giustificate, generando un loop di adattamento e assuefazione che però all'arrivo di un evento improvviso, intenso, travolgente o drammatico veniamo devastati ulteriormente e ci si accorge che ormai è troppo tardi.  

Se la rana venisse immersa in acqua bollente, salterebbe fuori istantaneamente per salvarsi.
Quando un cambiamento avviene, invece, in maniera sufficientemente lenta e graduale, sfugge alla coscienza e non suscita nessuna reazione, nessuna opposizione.

Vale per le rane come per le persone!


Noam Chomsky applica questo principio, non solo all'individuo in ambito familiare, relazionale, lavorativo ma anche, e soprattutto, alla società.

Da anni subiamo una deriva alla quale ci stiamo abituando lentamente. 
Chomsky ribadisce che molte cose, che ci avrebbero inorridito venti, trenta o quaranta anni fa, gradualmente sono diventate banali, mitigate e, oggi, ci disturbano poco o lasciano indifferenti la maggior parte delle persone.

In nome del progresso e della scienza, i peggiori attentati alla dignità e alla libertà individuale, cioè il degrado, le vessazioni, la scomparsa dei valori e dell’etica, l’integrità dell’ambiente naturale, la bellezza e la felicità di vivere... si attuano gradualmente e inesorabilmente con la complicità costante delle vittime ignare, sprovvedute e spaventate.

🐸🐸🐸

È una storiella che rende più facile la comprensione della terza delle dieci strategie della manipolazione delle masse brillantemente elaborata da Chomsky che testualmente scrive: 
"Per far accettare una misura inaccettabile basta applicarla gradualmente, col contagocce, per mesi ed anni consecutivi."

Tutti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta ma sono stati progressivamente e subdolamente imposti proprio grazie al principio della rana bollita. 

Ecco la lista completa di Chomsky:
  1. La strategia della distrazione
  2. Creare problemi e poi offrire le soluzioni
  3. La strategia della gradualità (rana bollita)
  4. La strategia del differire
  5. Rivolgersi al pubblico come ai bambini
  6. Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione
  7. Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità
  8. Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità
  9. Rafforzare l’auto-colpevolezza
  10. Conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscano.
È abbastanza 
per smuovere le coscienze?


10 gennaio 2022

Lacrime e dintorni


Dipinto di
Anne Marie Zilberman

 "Le lacrime sono lo sciogliersi
 del ghiaccio dell'anima. 
E a chi piange 
tutti gli angeli sono vicini."

Hermann Hesse 


Ognuno di noi ha pianto.
Una volta, più volte... troppe volte.

Lacrime che continuano a scendere giù ma, più realisticamente parlando, non sono solo gli occhi a piangere ma anche il cuore.
Un cuore ferito che sempre, in quei momenti, non capisce che quanto accaduto non è poi la fine del mondo ma l’inizio di qualcosa di nuovo e forse, chissà, qualcosa di migliore. 

Si piange per dolore, angoscia, tristezza, delusione... 
Si piange perché qualcosa è cambiato. Qualcosa più o meno grave, piu o meno importante, più o meno rimediabile. 
Si piange perché sembra la cosa più facile e possibile da fare.
Si piange quasi fosse un abbraccio con noi stessi, per consolarci, sfogarci e cacciare fuori sconforto, disperazione, frustrazione, rabbia, rancore...

Non si intende il pianto di gioia, di felicità, di empatia dove, in questo caso, sarebbe un pianto tinto di rosa. 
Si intende, invece, il pianto nel momento di buio, quello tinto di nero, quando più vengono giù lacrime, più si ha la sensazione che vengano via brandelli di cuore.

È una sofferenza immensa.
Altri, invece, non riescono a piangere. Non viene giù neppure una lacrima. Il dolore paralizza e consuma. Crogiolarsi nel proprio dolore, nell'annullarsi, nel farsi del male è l'unica cosa che si vuole.

No! È necessario piangere.

È uno sfogo purificatorio e rasserenante che permette poi di vedere e comprendere fatti e sentimenti in modo più chiaro e più giusto; consci che un atteggiamento più razionale ci aiuterà a superare quel momento dove sembra che non ci sia via d'uscita.

Un sano pianto liberatorio che aiuterà.

Potrebbero passare giorni e giorni, pianto dopo pianto ma si arriverà comunque ad accettare, seppur con dolore, quel nuovo stato di cose, si arriverà a convivere, nostro malgrado, con giornate non più le stesse perché qualcosa è cambiato.
Cosa fare se non cambiare atteggiamento, cambiare animo ed emozioni?
Cosa fare se non cercare di uscire da quel tunnel oscuro, opprimente, dove purtroppo non è un brutto sogno ma è tutto vero, tutto reale?
Cosa fare se non raggiungere consapevolezza e pace? 
Il tempo. Sarà il tempo a venire in nostro aiuto anche se tra silenzi, tristezza, angoscia e tante, tante lacrime.

Quante volte il "dopo" ci ha fatto vedere tutto da un'altra prospettiva.
Si accetta, e nel "dopo e nuovo" si apre un nuovo capitolo della nostra vita. Resteranno i ricordi di quel passato oppure si dimenticano,  dipende, ognuno sa cosa salvare e cosa no, cosa portare nel cuore e cosa no.
In fondo è così la vita.
E la vita spesso ci presenta situazioni nuove ancora interessanti e stimolanti. 

Quante volte molte cose si sono poi rivelati migliori? 
Ci sentiamo ripetere sempre che "tutto accade per una ragione".
Quante volte abbiamo preso atto che la vita, in realtà, ci stava facendo un regalo?
Quante volte, dopo pianti e senza più lacrime, abbiamo gridato "ora basta!" pronti a quel cambiamento, messo in atto, necessario e salvifico?

In psicologia è "resilienza", cioè la capacità di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà, riorganizzando in maniera positiva la propria vita. 
Nuove opportunità, quindi, lasciando indietro quanto accaduto e capendo che bisogna chiudere quella finestra per aprire una "porta nuova" su orizzonti più sereni e, perché no, su progetti rinnovati e straordinari.

In fondo piangere fa parte di ciò che ci rende umani; fa parte della nostra vita. Per quanto amari possano essere quei momenti, dobbiamo considerare pianti e relative lacrime medicamenti provvidenziali.
Resteranno solo un brutto ricordo, attraverso i quali si è fatto una necessaria, utile e provvidenziale esperienza nella sfera emotiva.